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giovedì 16 luglio 2015

Zona Expo - Dopo il 31 ottobre, che fare?

C'è grande dibattito sul destino dell'area Expo una volta terminato il grande evento il 31 ottobre 2015.  



Come si sa, buona parte dei padiglioni costruiti per l'evento sono temporanei e quindi a fine manifestazione saranno smontati, riportati nei Paesi proprietari o distrutti; altri probabilmente verranno "donati" alla città come quello di Coca Cola, progettato per durare e che diventerà la copertura di un campo da basket esistente.
Pare che alcune strutture possano rimanere ancora per qualche anno dopo l'evento per non lasciare il sito in attesa di una sua futura destinazione in balia del degrado.





Da quel che si sa a oggi sono due i Paesi che hanno concesso i loro padiglioni per gli eventi futuri: Israele (che potrebbe diventare un centro di cooperazione tecnologica) e il Kazakhistan (anche perché servirà come promotore per il suo Expo 2017 dedicato all’Energia del Futuro). Anche la Spagna avrebbe fatto sapere di essere interessata a restare. Così come la grande rete del Padiglione brasiliano, che piace molto a tutti i visitatori e che  probabilmente sarà spostata in qualche parco cittadino.

Potrebbero rimanere ancora per qualche tempo la struttura del Padiglione dell'Expo Centre e i padiglioni di servizio, quelli in legno giallo che servono per contenere servizi igenici, bar e ristoranti e che si trovano disseminati un po' ovunque nel sito. Anche la grande arena dell'Open Air Teathre potrebbe rimanere anche in futuro, come il Palazzo Italia. 
Per l'Albero della Vita si è già parlato di un possibile trasferimento in piazzale Loreto, anche se per ora è solo un ipotesi.
Intanto l'anno prossimo a Milano si svolgerà la XXI Triennale internazionale che potrebbe sfruttare l'area Expo per eventi e manifestazioni per mantenere viva l'area espositiva. 








Per ora, insomma, il dopo Expo rimane ancora una questione aperta; la direzione principale verte sullo spostare parte dell'Università Statale, che qui vorrebbe installare un campus scientifico. Bisognerà comunque capire chi dovrebbe mettere i fondi: il Ministro Maurizio Martina (Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, con delega ad Expo, nel Governo Renzi) assicura che il governo farà la sua parte davanti a un piano valido e mette in calendario, a breve, incontri con Sindaco e Governatore.

Comunque sia, noi speriamo che in qualche modo molti padiglioni possano rimanere in città ed essere riutilizzati per altri scopi, una sorta di eredità dell'evento che possa essere diffusa in ogni angolo cittadino.




Come il bellissimo padiglione del Nepal, che ci piacerebbe andasse a far parte della collezione del neonato MUDEC (Museo delle Culture) come simbolo a ricordo delle vittime del terribile terremoto e dell'impegno di questo popolo che deve risorgere dalle macerie.
Anche il padiglione cinese, con la sua ondulata copertura, potrebbe essere riconvertito in un mercato coperto (magari in piazza Sant'Agostino), così come il padiglione della Francia. Ma sono molti i padiglioni che potrebbero avere una seconda vita nel contesto urbano e nella vita di tutti gli abitanti e i visitatori della città.











Anche Stefano Boeri, ideatore del Masterplan Expo ha detto la sua e non ci sembra poi così male.

"Il sito può essere composto da 3 poli:
-un Campus ricerca/università, a contatto con la città, che riprende il progetto del Rettore dell'Università Statale e di Assolombarda.
-un Parco della Biodiversità, che risponde alle aspettative dei cittadini (referendum del 2011).
-un Parco Agroalimentare vicino alla Fiera, dove le regioni italiane si sostituiscono ai padiglioni nazionali; con la Fiera si potrà promuovere ogni anno un grande Salone Internazionale dell'Alimentare.
E' una proposta che cerca di valorizzare al massimo l'eredità di spazi, di immagine e relazioni internazionali che Expo ha creato.

Ma il punto è un altro: la strada per il dopo-Expo (che inizia fra meno di 4 mesi...) va decisa dalla Politica, non da un gruppo di advisor tecnici, seppur competenti.
La Politica decida e la Tecnica traduca in soluzioni.
Serve una visione per il futuro metropolitano, un grande realismo per sanare i conti difficilissimi e un grande coraggio per assumersi la responsabilità di un sito che altrimenti rischia di trascinare in un profondo buco nero l'economia di questo territorio.
Mi sbaglierò, ma continuo a non vedere questa consapevolezza..."



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